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Una breve anteprima del mio nuovo romanzo, "La vecchia Legnano".
Poche righe per descrivere una parte di quel mondo che mi è tanto caro..
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Una storica Ducati, una macchina da cucire Singer e la gloriosa Legnano, compagna di gare e poi di lavoro nelle fabbriche del Nord: la gioia di vivere, la dedizione, lo spirito di sacrificio.
Nelle pagine di questo romanzo arbëreshe c’è un intero paese del Sud, con i suoi poderi intorno e con le sue storie, a rivivere.
Tutto ritorna nello sguardo di allora, riportando gesti e sensazioni, sfumature dolci ed amare che hanno tracciato un percorso di abbandoni e di ritorni, ma tutto vissuto nella consapevolezza della grande forza della famiglia e della terra d’origine, alle quali il cuore adulto vuole rendere omaggio.



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La Prefazione


Le atmosfere, i luoghi e gli stati d’animo che Domenico Gullo ha saputo esprimere ne “La vecchia Legnano” sono così ben descritti che, appare chiaro, erano già fortemente impressi nella sua mente e nel suo cuore. Leggerli è come essere di fronte ad un quadro che scorre lentamente, dove si vedono paesaggi e persone procedere nitidamente.
I dettagli del racconto, forse anche perché sono molto simili alle immagini della mia infanzia, sono così precisi da trasformare il lettore in spettatore di un film neorealista, e questa è una sensazione rara, che non si prova di frequente. Veramente bello e ben scritto, mirabile anche nell’espressione italiana, il libro di questo autore di origine arbereshe. In questo racconto sono celebrate, in modo così appassionato, le bellezze
delle nostre contrade del Sud, con le loro risorse e le loro inquietudini.  Ma, soprattutto, palesemente emergono gli aspetti umani ed affettivi delle persone. Non mancano anche i momenti drammatici, come la vicenda del papà di Francesco, in cui però il messaggio appare chiarissimo: la violenza produce altra violenza e tale reazione è, solitamente, indiretta e notevolmente amplificata.
Se ciò accade, è perché, molto spesso, l’animo umano è sopraffatto da egoismi, rabbia e reazioni emotive, che hanno occupato il posto di tolleranza, temperanza e, soprattutto, di Amore.
Nel racconto è molto presente, e il più delle volte è commovente, il senso della famiglia, con i suoi valori antichi, dolcissimi e irrinunciabili. Quei momenti, osservati adesso con la distanza di solo alcuni decenni, si vedono carichi di affetti familiari e valori umani, ormai quasi completamente perduti.
Viene spontaneo quindi comparare la famiglia antica con quella dei nostri tempi, la solidità della prima, nonostante si reggesse su rinunce e attese, e quella di oggi che, in genere, vive nell’opulenza a sua insaputa e, ciononostante, è fragile e si sgretola alle prime difficoltà. Il che conferma quanto l’autore stesso asserisce: “I sacrifici e le rinunce rafforzano gli animi, ingentiliscono i cuori e schiudono le menti”.
Questo libro fornisce un messaggio meraviglioso sugli stimoli alla riflessione sui fatti di un passato prossimo anche se appare tanto remoto e, non di meno, su alcune problematiche, sempre più angosciose, del vivere presente.


GIOVANNI PASTORE
www.giovannipastore.it                                                                                                                                                                                                                                                                       
                    
       

Anteprima



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Lontano, l’orologio del campanile consumava gli ultimi rintocchi di quella giornata, e nel silenzio si sentiva, smorzata, una dolce ninna nanna che una mamma cantava al suo bimbo; fuori qualcuno passava nel vicolo e i suoi passi risuonavano lenti e cadenzati sul lastricato.

Si sentirono poco dopo, netti e imperiosi, due colpi di batacchio a una porta.

Mio nonno fece come per voltarsi nella direzione da cui provenivano i colpi.

«Deve essere il monachicchio, è la sera giusta» disse, accennando un sorriso ironico alla Clark Gable.

Non ne avevo mai sentito parlare e perciò chiesi a mia madre chi fosse, mentre una certa inquietudine cominciava a pervadermi.

Immediatamente nonna Emilia scoccò uno sguardo micidiale al suo gentile consorte il quale, senza tenerne conto, si preparava a realizzare una delle sue migliori interpretazioni.

«Il monachicchio è uno spirito, è lo spirito di un bambino» disse mentre il suo viso assumeva un’espressione come di profonda riflessione e i suoi occhi sembravano guardare nel vuoto.

Un professionista, un vero talento naturale di attore.

Nonna Emilia lo guardava rassegnata.

«Rri qetu, stai zitto. Lascia stare queste storie ora!» disse con un sospiro.

«Altro che storie, non sono storie. E poi non c’è da aver paura, è uno spirito buono».

Ecco, l’effetto era raggiunto, avevo già la pelle d’oca e tutti i rumori che provenivano da fuori mi sembravano sinistri.

Mio nonno mi si avvicinò di più con la sedia, mise i gomiti sulle ginocchia e continuò nel racconto mentre il suo viso era avvolto nel chiaroscuro della luce del braciere.

«Io non l’ho mai visto, ma te katundi, in paese, c’è qualcuno a cui è capitato di vederlo e sempre in serate come questa».

Pausa ad effetto per stimolare la curiosità, caso mai ce ne fosse stato bisogno.

« Il monachicchio è lo spirito dei bambini morti senza il battesimo, ma non fa paura. è vestito come un monaco, è piccolo come un bimbo di tre, quattro anni ed è un po’ dispettoso. Gli piace fare scherzi alle persone e proprio quando il tempo è arrabbiato come stasera, lui si diverte a fare lo strafottente e a bussare alle porte. Poi entra in casa e comincia ad aprire e chiudere cassetti, a sbattere l’uscio e a far cadere piatti e bicchieri».

Mi sembrava di sentire i rumori più strani e vedevo bambini vestiti da monaco dappertutto, ma la storia era affascinante e stringendomi a mia madre ascoltavo con attenzione.

«Non è cattivo ma gli piace molto stuzzicare i bambini, specialmente quando stanno dormendo» aggiunse mio nonno. «Dicono che quando un bimbo ride nel sonno è perché lo spiritello è nel suo sogno e lo sta facendo divertire, invece se si agita e sembra affannato è perché il dispettoso gli è salito a cavalcioni sul petto e il poverino fatica a respirare, ma non c’è da preoccuparsi, il monachicchio non fa mai del male».

Si sentì in quel momento un suono come di una risata allegra mentre uno scalpiccio veloce sull’acciottolato del vicolo si perdeva lontano.

«Hai sentito? Sta correndo a bussare da qualche altra parte» mi disse piano.

Poi, lentamente, si mise a girare la brace con un piccolo ramo di ulivo facendo scaturire una nuvola allegra di scintille.

Raccontava nonno Domenico questa favola in una sera d’inverno, e le sue parole erano parole che altri nonni prima di lui avevano pronunciato; altri occhi di bimbi avevano osservato, meravigliati e impauriti, i volti di quegli straordinari narratori che erano i nostri vecchi, la nostra memoria, le nostre radici, quella brava gente che, analfabeta, con la sola cultura del duro lavoro, aveva guidato con garbo la nostra generazione verso condizioni migliori delle loro.

Raccontava in quella atmosfera sospesa in un tempo passato, mentre il calore del braciere ci avvolgeva, e il racconto saliva su in alto fino dove la notte incontrava le stelle e poi, veloce, correva fino al mare, e il mare ascoltava quelle parole antiche. 



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...e il mare ascoltava quelle parole antiche.




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...Si sentì in quel momento un suono come di una risata allegra mentre uno scalpiccio veloce sull’acciottolato del vicolo si perdeva lontano.








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